Attualità
Sport e Identità: il “no” delle federazioni alle atlete trans nelle categorie femminili

Dalle Olimpiadi di Parigi 2024 al nuovo corso della World Athletics: perché il criterio dell’inclusione ha ceduto il passo a quello del “vantaggio biologico”.
Il dibattito che infiamma il mondo dello sport mondiale ha raggiunto un punto di svolta: la partecipazione delle donne transgender alle competizioni femminili d’élite è sempre più limitata, se non del tutto vietata. Quello che era nato come un percorso di apertura, culminato con la partecipazione della sollevatrice pesi Laurel Hubbard ai Giochi di Tokyo 2020, si è trasformato in una serie di “paletti” normativi eretti dalle principali federazioni internazionali.
Il cambio di rotta: dal testosterone alla pubertà
Per anni, il criterio cardine è stato il livello di testosterone nel sangue, che doveva essere mantenuto sotto una certa soglia per almeno dodici mesi. Tuttavia, studi recenti e le pressioni di molte atlete biologiche hanno spinto le federazioni a cambiare approccio.
Il punto focale non è più solo il valore ormonale attuale, ma lo sviluppo biologico pregresso. Secondo la World Athletics (atletica leggera) e la World Aquatics (nuoto), aver attraversato la pubertà maschile conferisce vantaggi strutturali — densità ossea, capacità polmonare e forza muscolare — che non possono essere completamente annullati dalle terapie ormonali.
Le restrizioni principali:
- Atletica Leggera: Dal 2023, la federazione ha vietato la partecipazione alle gare femminili internazionali a tutte le atlete transgender che hanno vissuto la pubertà maschile.
- Nuoto: La World Aquatics ammette atlete trans solo se la transizione è avvenuta prima dei 12 anni (ovvero prima dello sviluppo puberale).
- Ciclismo: Anche l’UCI ha inasprito le regole, vietando la categoria donne a chi ha iniziato la transizione dopo la pubertà.
La posizione del CIO: autonomia alle federazioni
Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha scelto di non imporre una regola universale valida per tutti gli sport. Con il nuovo “Framework on Fairness, Inclusion and Non-discrimination” (2021), il CIO ha passato la palla alle singole federazioni.
Il principio guida è duplice:
- Inclusione: Nessun atleta deve essere escluso a priori dal mondo dello sport.
- Equità (Fairness): Deve essere garantita una competizione leale. Se viene dimostrato un vantaggio sproporzionato, la federazione ha il diritto di limitare l’accesso alla categoria.
Il dibattito scientifico e sociale
La questione spacca l’opinione pubblica e la comunità scientifica:
- Il fronte del “No”: Sostiene che lo sport d’élite si basa su categorie biologiche. Consentire a chi ha una struttura fisica maschile di gareggiare con le donne biologiche renderebbe la competizione impari, vanificando decenni di lotte per lo sport femminile.
- Il fronte dell’Inclusione: Ritiene che i divieti siano discriminatori e che le terapie ormonali riducano i vantaggi fisici a livelli accettabili. Si teme che l’esclusione porti a una marginalizzazione sociale degli atleti trans.
Verso una “Categoria Open”?
Per risolvere l’impasse, alcune federazioni (come il nuoto) stanno testando la creazione di una “Categoria Open”, aperta a tutti gli atleti, inclusi quelli transgender e non binari. L’obiettivo è permettere a chiunque di gareggiare ad alti livelli senza interferire con la categoria femminile protetta.
In conclusione: Il panorama olimpico sta virando verso una protezione più rigida della categoria femminile biologica. Sebbene l’inclusione resti un valore olimpico, il principio della “parità di condizioni” (fair play) sta vincendo la partita normativa, ridisegnando i confini dello sport del futuro.
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