Attualità
Questo referendum non ha il record di voto: la lezione (tradita) dell’Acqua Pubblica del 2011

Mentre si celebrano i dati dell’ultima consultazione, la storia ci ricorda i 26 milioni di italiani che nel 2011 scardinarono le logiche di profitto. Un quorum del 60,37% che oggi appare come un miraggio democratico.
ROMA – Nonostante il clamore mediatico che accompagna il voto odierno, le cifre parlano chiaro: siamo lontani dai picchi di partecipazione che hanno segnato l’inizio dello scorso decennio. Il vero “muro” del consenso referendario resta quello eretto il 12 e 13 giugno 2011, quando oltre 26 milioni di cittadini si recarono alle urne per riappropriarsi di un bene primario: l’acqua.
I numeri di un’impresa epocale
In un’epoca di astensionismo galoppante, i dati del 2011 suonano quasi incredibili. Quella consultazione non fu solo una vittoria politica, ma un plebiscito culturale:
- Affluenza record: Il quorum venne polverizzato con il 60,37% degli aventi diritto.
- Unanimità popolare: Oltre il 95% dei “Sì” per entrambi i quesiti legati alla gestione idrica.
Il messaggio degli italiani fu inequivocabile: l’acqua è un bene comune e non una merce da sottoporre alle fluttuazioni del mercato o alle logiche del profitto privato.
I due pilastri del voto: schede rossa e gialla
Il cuore della battaglia si giocò su due fronti normativi fondamentali che miravano a smantellare i tentativi di privatizzazione selvaggia:
- Quesito 1 (Scheda rossa): Abrogazione dell’obbligo di affidare la gestione dei servizi idrici a società private o miste. Un colpo d’arresto alla privatizzazione forzata.
- Quesito 2 (Scheda gialla): Eliminazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito. In parole povere: il divieto per le aziende di generare profitto attraverso la tariffa pagata dai cittadini.
Il paradosso di un risultato “tradito”
A distanza di oltre dieci anni, il bilancio tracciato da riviste come Altreconomia e dai movimenti per l’acqua bene comune è venato di amarezza. Nonostante quel record di voti che nessun referendum successivo è riuscito a scalzare, la volontà popolare viene considerata da molti attivisti come disattesa o tradita.
I tentativi di rilanciare la privatizzazione attraverso nuovi decreti e fusioni tra grandi multi-utility non si sono mai fermati. La “vittoria dell’acqua” resta un monumento della democrazia diretta, ma anche il simbolo di una distanza siderale tra il voto di milioni di persone e l’attuazione pratica da parte della politica.
In conclusione, celebrare i record odierni senza guardare al passato è un esercizio di miopia statistica. Il referendum del 2011 rimane la pietra di paragone: una partecipazione di massa che sancì il diritto universale all’accesso all’acqua, sottraendola temporaneamente alle fauci del mercato. Finché un’altra consultazione non supererà quei 26 milioni di cuori e schede, il primato della partecipazione resterà saldamente nelle mani di chi scelse di difendere l’oro blu.
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