Attualità
Gregory Bovino, il volto della Border Patrol sotto i riflettori
Gregory Bovino, agente della US Border Patrol di origini calabresi, è diventato il volto delle ultime operazioni contro gli immigrati irregolari negli Stati Uniti. Nato nel 1970 e cresciuto nello Stato del North Carolina, Bovino lavora nella polizia di frontiera dal 1996 e oggi ricopre il ruolo di dirigente nella struttura. La sua famiglia ha radici italiane: i nonni emigrarono dagli Stati Uniti nel 1909 e divennero cittadini americani nel 1927. Da bambino, Bovino rimase profondamente colpito dal film “The Border” del 1982, con Jack Nicholson nel ruolo di un agente per l’immigrazione, scelta che lo spinse a seguire la carriera nella polizia di frontiera.
Negli ultimi giorni, da Minneapolis, le immagini di Bovino con un soprabito in stile militare hanno fatto il giro del mondo. Il New York Times ha associato il doppiopetto verde-militare con spalline e bottoni dorati a simboli storici controversi, definendolo “il simbolo del conflitto” legato alla stretta sull’immigrazione decisa dalla Casa Bianca. Il quotidiano ha sottolineato come il cappotto di Bovino sia impossibile da ignorare in mezzo al mare di agenti mascherati durante le retate. Le foto hanno riacceso il dibattito sui riferimenti a fascismo e autoritarismo nei confronti delle uniformi delle forze di sicurezza americane.
Non è la prima volta che Bovino sfoggia il cappotto militare, spesso abbinato alla camicia nera. Lo aveva indossato anche lo scorso anno durante raid documentati in video della Homeland Security a Los Angeles e Chicago, suscitando le critiche del governatore della California, Gavin Newsom, che aveva definito l’abbigliamento come un possibile riferimento a ideologie autoritarie. La portavoce della Homeland Security, Tricia McLaughlin, ha tuttavia difeso Bovino e l’uniforme, spiegando che il soprabito fa parte dell’equipaggiamento invernale della Border Patrol e che l’agente lo indossa regolarmente dal 1999. McLaughlin ha inoltre sottolineato come i paragoni con la Gestapo siano pericolosi e possano contribuire all’aumento di aggressioni contro le forze dell’ordine.
Il caso di Gregory Bovino evidenzia come simboli e uniformi possano diventare al centro del dibattito pubblico, soprattutto in contesti delicati come la gestione dei flussi migratori e la sicurezza delle frontiere negli Stati Uniti, e come ogni scelta estetica nel corpo di polizia possa attirare attenzione nazionale e internazionale.
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