Attualità
Chiuso l’iter giudiziario di Filippo Turetta: ergastolo definitivo per il femminicidio di Giulia Cecchettin
Filippo Turetta non è più solo imputato, ma condannato in via definitiva per l’omicidio della sua ex fidanzata Giulia Cecchettin, uccisa a 22 anni l’11 novembre di due anni fa, a pochi giorni dalla laurea. L’omicidio, avvenuto con 75 coltellate, aveva scosso profondamente l’Italia, generando una vasta mobilitazione nazionale contro la violenza di genere.
Questa mattina, alle 10:30, un’ora esatta dopo l’inizio dell’udienza nell’aula bunker di Mestre, il presidente della Corte d’appello d’assise di Venezia, Michele Medici, ha dichiarato inammissibile l’impugnazione della sentenza di primo grado. La decisione è arrivata dopo la rinuncia ai ricorsi sia della Procura generale sia della difesa di Turetta, trasformando l’udienza in quello che gli stessi giudici hanno definito un “non processo”, una situazione eccezionale che difficilmente trova precedenti nella storia giudiziaria italiana per un caso di ergastolo.
L’assenza dei protagonisti in aula ha accentuato la singolarità della vicenda: Filippo Turetta non era presente, così come i suoi legali originari Giovanni Caruso e Monica Cornaviera, sostituiti da Jacopo Della Valentina e Chiara Mazzocco. Anche Gino Cecchettin, padre di Giulia, era assente, mentre i suoi avvocati di parte civile hanno scelto di non commentare l’assenza, sottolineando comunque l’importanza simbolica della fase giudiziaria ormai conclusa.
Nonostante la conferma della condanna all’ergastolo con l’aggravante della premeditazione, la Corte non ha riconosciuto le aggravanti della crudeltà e dello stalking, nonostante le evidenze: 75 coltellate inflitte alla vittima e migliaia di messaggi ossessivi inviati da Turetta. Stefano Tigani, legale di parte civile, ha spiegato che, dal punto di vista umano, la sentenza non ha bisogno di ulteriori specificazioni: “Il delitto è stato chiaramente crudele e caratterizzato da atti persecutori. La sentenza tecnica non cambia la realtà dei fatti”.
Nicodemo Gentile, avvocato della sorella di Giulia, Elena, ha evidenziato un aspetto significativo della sentenza: “La Corte ha di fatto riconosciuto il cosiddetto movente di genere. Questi uomini spesso uccidono per punire ‘l’insubordinazione’ della donna che non risponde più alle loro aspettative. Questo rappresenta una grande apertura e una spinta moderna nel riconoscere le dinamiche di genere alla base di tali delitti. Ci auguriamo che, d’ora in avanti, l’aggravante dei motivi abietti e futili, o motivi spregevoli come li definisce la Corte, possa essere riconosciuta più sistematicamente nei casi di femminicidio, sempre legati a un ‘analfabetismo emotivo’ di alcuni uomini”.
Il femminicidio di Giulia Cecchettin ha avuto un impatto sociale enorme, portando centinaia di migliaia di persone nelle piazze italiane in manifestazioni di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. La vicenda, tragica e mediatica, ha trasformato la storia di Giulia in un simbolo nazionale della lotta contro gli abusi e la violenza di genere.
Gentile ha inoltre sottolineato che la memoria di Giulia continuerà a vivere attraverso l’impegno dei familiari e le iniziative di educazione civica: “La memoria di Giulia viene onorata non solo nelle aule di tribunale, ma anche attraverso l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, un percorso di prevenzione fondamentale per le future generazioni. Questo è il modo in cui si mantiene viva la sua eredità e si contribuisce a una cultura del rispetto e della parità”.
Così si chiude formalmente il percorso giudiziario di un femminicidio che ha segnato il Paese: la sentenza definitiva conferma l’ergastolo con l’aggravante della premeditazione, cristallizzando la condanna del primo grado, e allo stesso tempo apre a riflessioni più ampie sul riconoscimento del movente di genere e sulle misure preventive contro la violenza domestica.
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