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Attualità

I dazi si ritorcono contro Trump che incassa 152 miliardi di dollari, ma a pagarli sono i consumatori americani

Gli Stati Uniti hanno racimolato finora 152 miliardi di dollari in entrate doganali grazie ai dazi introdotti ad aprile dal governo Trump. Lo scrive il New York Times, citando la relazione del Tesoro federale, nel tentativo di descrivere l’inatteso effetto fiscale delle tariffe commerciali. Tuttavia, economisti e analisti lanciano l’allarme: se da un lato il governo incassa, dall’altro potrebbero essere proprio i consumatori americani a fare da bancomat .


 Pagano davvero loro, i consumatori?

Il New York Times sottolinea che, nonostante i guadagni record – quasi il doppio dei 78 miliardi dello stesso periodo del 2024 – il fardello dei dazi viene a gravare indirettamente sul costo dei beni importati. Analisti del Budget Lab della Yale University stimano un impatto medio sul potere d’acquisto delle famiglie statunitensi pari a 2.400 dollari l’anno, con rialzi dei prezzi fino all’1,8% nel breve periodo .

Secondo Joao Gomes, economista presso la Wharton School, il governo è ormai intrappolato in un meccanismo di “dipendenza fiscale” da queste entrate: “È molto difficile rinunciare a un flusso così grande, considerati debito e deficit attuali” .



 Il paradosso del ricavo redditizio

L’incremento dei dazi è stato difeso dallo stesso Trump come un modo per abbattere il debito pubblico federale: in alcune dichiarazioni, ha perfino evocato un “dividendo” da destinare alle fasce medio-basse della popolazione. Tuttavia non ha specificato né tempi né modalità, alimentando dubbi sulla fattibilità concreta dell’operazione.

La soluzione appare politicamente estranea all’era in cui l’aumento delle imposte rimane impopolare e richiederebbe il consenso del Congresso: un freno alla riduzione dei dazi che terrà gli occhi sul potere d’acquisto delle famiglie, soprattutto quelle a reddito medio-basso.


 Una “tregua” che non durerà

Fino a oggi, le aziende importatrici hanno in parte assorbito l’aumento dei costi grazie alle scorte ampiamente rifornite nei mesi precedenti. Secondo gli esperti, quella tregua sta per terminare: da fine agosto si inizieranno a vedere ritocchi dei prezzi nei listini al dettaglio, con aziende come Adidas, Procter & Gamble e EssilorLuxottica già sul piede di guerra.


Il caso lascia uno scenario di contrasto:

  • Il governo incassa grandi quantità, ma non genera valore reale nell’economia;
  • I cittadini consumatori subiscono indirettamente incrementi di prezzo che erodono il salario reale;
  • Il rischio politico: future amministrazioni difficilmente riusciranno a smantellare un sistema così redditizio per il bilancio federale.

Il titolo finale del New York Times — secondo cui “a pagare potrebbero essere proprio i consumatori americani” — suona come un monito. Dietro ai numeri record, si nasconde un costo sociale che, se non gestito, rischia di amplificare le disuguaglianze alimentate dalle tensioni commerciali.

Se vuoi, posso preparare un confronto con le esperienze di economie similari o approfondire le implicazioni politiche e sociali sul consenso elettorale.

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